Poi un giorno scopri che se ti lavi i denti (in modo smart) sei già sotto ricatto
Se Jorge Luis Borges fosse vivo, i suoi racconti non sarebbero ambientati nella biblioteca di Babele, ma in uno degli scantinati sordidi della Silicon Valley dove sbuffano i server del cloud computing, la nuvola su cui abbiamo trasferito in molteplici copie le nostre vite digitali: “Un database più grande del mondo che dovrebbe rappresentare”, la biblioteca infinita percolata dentro un’unica slide dei powerpoint della National security agency americana (Nsa). Lo ha scritto Evgeny Morozov, sociologo bielorusso, guru tecnologico riconosciuto e contestato, in un articolo pubblicato mercoledì sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung.
21 AGO 20

Se Jorge Luis Borges fosse vivo, i suoi racconti non sarebbero ambientati nella biblioteca di Babele, ma in uno degli scantinati sordidi della Silicon Valley dove sbuffano i server del cloud computing, la nuvola su cui abbiamo trasferito in molteplici copie le nostre vite digitali: “Un database più grande del mondo che dovrebbe rappresentare”, la biblioteca infinita percolata dentro un’unica slide dei powerpoint della National security agency americana (Nsa). Lo ha scritto Evgeny Morozov, sociologo bielorusso, guru tecnologico riconosciuto e contestato, in un articolo pubblicato mercoledì sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung. I Big data hanno ubriacato l’occidente, esaltato alcuni dei suoi vizi e provocato una grande sbornia da controllo compulsivo, come l’operazione del Prism ha dimostrato. L’idea che “grazie ai Big Data possiamo scongiurare un nuovo 11 settembre” ha distolto la nostra attenzione dal fatto ogni volta che l’America stipula un accordo con Microsoft per rendere i suoi software strutturalmente cedevoli alle scorribande della Nsa (è successo con Skype), un dittatore mediorientale sorride.
Morozov, al netto della vena complottarda da cui ogni suo articolo deve essere mondato, dice che il punto delle rivelazioni dell’ex contractor Edward Snowden (“un uomo con nobili intenti e una pessima capacità di organizzare viaggi”) è aver mostrato che il cosiddetto cyberspazio non è più un reame a parte in cui ragazzetti con gli occhialoni perdono contatto con la realtà: al cyberspazio abbiamo affidato le nostre vite, e presto ne saremo sommersi. Se non sapremo reagire adeguatamente alla novità, se non ci saranno leggi capaci di gestirla, vivremo quella che Morozov chiama una “catastrofe delle informazioni”. Già oggi qualsiasi oggetto, accessorio o device può essere dotato di un chip e di una connessione a Internet e reso in grado di produrre e spedire ai server sbuffanti di cui sopra informazioni, metadati, immagini. Queste informazioni verranno semplicemente immesse sul mercato. Sono fenomeni che già conosciamo: da anni i giganti della Silicon Valley studiano i nostri comportamenti sul Web per farsi un’idea di chi siamo e proporci “una migliore esperienza utente”, eufemismo usato per definire messaggi pubblicitari personalizzati studiando le nostre abitudini. E’ in questo modo che si è finanziato l’Internet, almeno finora: se servizi come Facebook o Gmail sono gratuiti, è grazie al fatto che i dati raccolti su di noi (e da noi volontariamente concessi) sono utilizzati per proporci la pubblicità di prodotti che potremmo essere ben disposti a comprare.
Sembra uno scambio favorevole: cediamo informazioni per cui abbiamo poco interesse in cambio di servizi gratuiti o poco costosi. Amazon è stata la prima a usare questo metodo con un device fisico: il lettore di ebook Kindle è acquistabile a prezzo notevolmente scontato a patto di sopportare qualche messaggio pubblicitario poco intrusivo. Ovviamente Amazon studierà quali ebook leggiamo, stilerà un nostro profilo e ci proporrà la pubblicità adeguata. Il principio del “miglioramento dell’esperienza utente”, però, andrà estendendosi: già oggi sono in commercio spazzolini da denti “smart” che raccolgono dati per aiutarti a lavarti i denti alla perfezione, bidoni della spazzatura “smart” che studiano i rifiuti per una migliore raccolta differenziata, scarpe “smart” e così via. Sono prodotti che costeranno poco: buona parte del reddito dei produttori verrà dai dati che i nostri apparecchi intelligenti raccoglieranno per loro. Qui diventa già più facile comprendere la “catastrofe delle informazioni”: lo scambio sembra ancora favorevole (prodotti più intelligenti e meno costosi per dati poco sensibili), ma un giorno potremmo scoprire che il comune ci ha aumentato la tassa sui rifiuti perché lo smart-bidone gli ha detto che facciamo male la raccolta differenziata. O che il dentista ci ha alzato la parcella perché lo smart-spazzolino gli ha svelato che non ci laviamo i denti dopo pranzo. E’ ragionevole: se i nostri smart-oggetti rivelano comportamenti che danneggiano la salute pubblica (se differenziamo male le lattine è una perdita per l’agenzia dei rifiuti) perché non sanzionarli? Così ragionevole che non usare lo smart-bidone significherà avere qualcosa da nascondere. Un grande ricatto ordito con informazioni che cediamo volontariamente, e che valgono tantissimo.
Il futuro distopico non è un unico e oscuro ente governativo che spia i cittadini immagazzinando informazioni a livello centralizzato, ma un esercito di fresche startup che queste informazioni le usano per “migliorare l’esperienza utente”.